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giovedì 7 maggio 2009  -  Torna a Lecce il Festival dell’energia: ai nastri di partenza la seconda edizione
Parte la seconda edizione del Festival dell’energia (Lecce, 14-17 maggio), con uno sguardo rivolto al futuro. L’evento è promosso da Aris - Agenzia di ricerche, informazione e società - in partnership con Assoelettrica, in collaborazione con Federutility e con il patrocinio e la collaborazione di Regione Puglia, Provincia di Lecce, Comune di Lecce e Università del Salento. Il programma tiene insieme al tempo stesso il particolare - dando attenzione alla singola fonte, alle tecnologie migliori per sfruttarla al meglio e soprattutto alle sue potenzialità, - e il globale, stimolando una riflessione allargata, nazionale e internazionale, sulle scelte di politica energetica che l’attuale quadro economico, finanziario e ambientale, non consente più di rinviare. Due gli indirizzi tematici dell’edizione 2009: da una parte “Quale energia tra vent’anni?”, tema su cui il Festival ha raccolto opinioni, visioni, aforismi e riflessioni di esperti e divulgatori, e che sono disponibili sul sito della manifestazione, e, dall’altra “Crisi globale e governance energetica”, tema attorno a cui si svilupperà il dibattito più strettamente politico e strategico. Nei quattro giorni del Festival si parlerà di nucleare, di idrogeno, di auto elettriche, di case ecologiche, della difficoltà di definire le priorità energetiche per il nostro Paese attraverso un Piano condiviso o, ancora, l’efficacia dei sistemi di contenimento e mitigazione dei cambiamenti climatici, per prepararci al dopo Kyoto. Saranno presenti personaggi famosi e scienziati sconosciuti ai non addetti ai lavori, politici nazionali e amministratori locali, giovani ricercatori e giornalisti scientifici, artisti, musicisti e tanta gente comune. Per un totale di oltre 130 ospiti, protagonisti di un programma che prevede più di 60 eventi tra dibattiti, incontri, convegni, tavole rotonde, spettacoli, documentari, mostre e giochi scientifici. Qualche nome? Ci saranno il matematico Piergiorgio Odifreddi, il ministro Stefania Prestigiacomo, il presidente della fondazione Italianieuropei Massimo d’Alema, i giornalisti Giovanni Floris, Dario Di Vico, Antonello Piroso, Sylvie Coyaud, Sergio Rizzo, Maurizio Mannoni; e poi il presidente Enea Luigi Paganetto, Mario Tozzi, Patrizio Roversi, Chicco Testa, lo scrittore Antonio Pascale, il presidente Ipsos Nando Pagnoncelli, il presidente del World council for renewable rnergy Wolfang Palz. E ancora Corrado Clini, direttore del ministero dell’Ambiente, e Guido Bortoni, capo dipartimento Energia del ministero dello Sviluppo economico.

Fonte: e-gazette.it - 04/05/2009
lunedì 10 novembre 2008  -  4000 impianti nucleari nei prossimi 15 anni
Mentre ci si interroga sulle mosse del neo-eletto prossimo presidente degli Stati Uniti Barack Obama, e su quanto le sue promesse di una nuova era di innovazione scientifica e tecnologica daranno frutti concreti nei prossimi anni, dal laboratorio nazionale di Los Alamos (il cuore della prima bomba atomica e del Manhattan Project) arriva la "minaccia" di invadere il mondo con l'energia nucleare in tempi brevi.

Centinaia, migliaia di impianti, sviluppati su una tecnologia governativa data in licenza alla società del New Mexico Hyperion che nelle parole del CEO John Deal dice di avere l'obiettivo di "generare elettricità per 10 centesimi a Watt in ogni parte del mondo". Ogni singolo mini-reattore costerà 25 milioni di dollari, sostiene Deal, e sarà in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di 20mila famiglie.

Energie rinnovabili? I pericoli sempre latenti di un nuovo disastro nucleare questa volta in miniatura? L'opinione autorevole di alcuni tra i migliori cervelli della fisica mondiale sulle controindicazioni dell'energia atomica? Tutto inutile, una certa parte dell'industria energetica continua a puntare sul nucleare come indiscutibile necessità per traghettare l'umanità verso l'era del dopo-petrolio. E l'innovazione tecnologica ne è un utilissimo corollario.

Hyperion, a dirla tutta, è un'industria nucleare ancora solo sulla carta, ma Deal assicura che non di solo fumo si tratta: la società avrebbe già incassato 100 ordini di mini-reattori provenienti proprio da aziende petrolifere ed elettriche, e progetta di mettere in piedi tre diverse fabbriche per produrre 4000 impianti non più grandi di un capannone da giardino tra il 2013 e il 2023.

TES, società di infrastrutture della Repubblica Ceca, è stata la prima a ordinare i nuovi reattori a Hyperion, per un totale di 6 unità e con l'opzione di ottenerne ulteriori 12. Per quanto gli impianti si rivolgano in prima istanza ai paesi più sviluppati, la prima installazione avverrà in Romania. Il business non è stato ancora avviato ma Hyperion ha già il vento in poppa e una lista di attesa di 6 anni, assicura Deal.

Ogni mini-reattore occuperebbe solo pochi metri di diametro, e verrebbe rimorchiato a destinazione dalla motrice di un camion. Progettato per venire sepolto sotto terra, ha una capacità energetica di 7-10 anni al termine dei quali occorre ricaricarlo.

Sicuri, affidabili, senza parti in movimento, i reattori hi-tech di Hyperion "non potrebbero mai portare a un evento in stile Chernobyl", dice convinto Deal, tanto più che rubare l'uranio dall'impianto sarebbe un impresa improba per come verrà costruito e occorrerebbero tecnologie e risorse "da stati nazionali" per arricchire il materiale radioattivo per poterlo eventualmente usare in ordigni e attentati.

Sempre che, naturalmente, gli ufficiali della Nuclear Regulatory Commission statunitense decidano di dare il via libera all'apertura delle "catene di montaggio" dei mini-impianti, quando verrà presentato loro il progetto l'anno prossimo.

E sempre che, come detto, alla Casa Bianca il vento non spiri in direzione contraria a quella che vede nella sudditanza all'uranio, al plutonio o a qualsiasi altro combustibile altamente radioattivo un'alternativa all'attuale dipendenza dal petrolio. Una direzione che Al Gore, Premio Nobel per la Pace, attivista convinto dell'utilizzo delle fonti di energia rinnovabili ha spinto proprio in queste ore al summit Web 2.0 arringando la platea con la formula 100-10, vale a dire arrivare a generare il 100% dell'energia necessaria agli Stati Uniti d'America con le rinnovabili in 10 anni. Il momento per fare la differenza secondo alcuni è proprio arrivato. Almeno negli States.

Fonte: Punto informatico - 10/11/2008
mercoledì 15 ottobre 2008  -  Incendio all'Isab Energy di Priolo Gargallo
L'impianto Erg-Isab di Priolo e' stato messo sotto sequestro cautelativo a causa di un incidente verificatosi ieri pomeriggio (13 ottobre, ndr). Ad annunciarlo e' la stessa azienda in una nota spiegando che alle ore 18.00 circa, si e' verificato un incidente a una caldaia dell'impianto di ISAB Energy, in seguito al quale si e' sviluppato un incendio su una delle due linee di produzione di energia elettrica.

Il piano di emergenza dello stabilimento ha permesso di domare prontamente l'incendio e di mettere l'impianto in sicurezza. Lo stato di allarme e' stato dichiarato concluso alle ore 19,30 circa.

L'incidente non ha provocato alcun infortunio, ad eccezione di un operatore assistito in pronto soccorso per una contusione, prontamente dimesso.

L'incendio non ha interessato in alcun modo la Raffineria ISAB che sta operando regolarmente e nessuna sostanza nociva si e' liberata in atmosfera. Al momento l'impianto e' sotto sequestro cautelativo e sono in corso le verifiche per l'accertamento delle cause. I tempi di ripristino e la stima economica dei danni, a fronte dei quali esistono coperture assicurative, saranno comunicate il prima possibile

Fonte: asca.it - 14/10/2008
lunedì 29 settembre 2008  -  La Nasa vuole costruire una centrale nucleare sulla luna
Numerosi scrittori di fantascienza e sceneggiatori cinematografici hanno scritto migliaia di pagine sulle colonie lunari provenienti dalla terra, ma forse in pochi avevano avuto l’idea di costruire una centrale nucleare sul più vicino dei satelliti del sistema solare.
Ci ha pensato l’agenzia spaziale americana Nasa con un progetto nucleare in cantiere, ancora non approvato e non finanziato. Secondo quanto riportato dal sito Space.com, l'agenzia spaziale americana vorrebbe costruire un reattore di circa 40 chilowatt sulla Luna, allo scopo di fornire energia elettrica alle future basi spaziali. Il reattore dovrebbe esser sepolto, in modo che il terreno funga da schermo alle radiazioni. Poi, alcuni pannelli posti sulla superficie dovrebbero permettere la dispersione del calore generato.
Grazie a questo progetto la Nasa spera di poter risolvere uno dei problemi più spinosi: il buio. "A seconda di dove siete, sulla luna si possono avere fino a 14 giorni di buio", ha spiegato Lee Mason, ingegnere della Nasa che coordina il progetto.
La Nasa utilizza l'energia nucleare in alcune missioni che non possono contare sull'energia solare, come ad esempio quella del veicolo Cassini che si trova in Saturno.

Fonte: e-gazette.it - 22/09/2008
mercoledì 3 settembre 2008  -  Il rigassificatore è in viaggio per l'Italia
MILANO - È in viaggio verso l'Italia l'impianto di rigassificazione Adriatic LNG, la prima struttura offshore al mondo in cemento armato per la ricezione, stoccaggio e rigassificazione del gas naturale liquefatto. Partito dal porto spagnolo di Algeciras, il terminale è trainato da quattro rimorchiatori. Arriverà al largo di Rovigo tra 22 giorni dopo aver percorso 1.700 miglia nautiche.

L'IMPIANTO - Adriatic LNG è il secondo impianto italiano di rigassificazione. Secondo quanto comunica Edison, società partner nella realizzazione, avrà una capacità di rigassificazione di 8 miliardi di metri cubi di gas l'anno, pari al 10% del fabbisogno nazionale di gas. Adriatic LNG sarà fissato sul fondo marino a 28 metri di profondità a 15 chilometri dalla costa veneta. Dopo l'installazione del sistema di ormeggio delle navi metaniere, il terminale verrà collegato a un metanodotto, già presente, collegato alla terraferma. Il sistema sarà operativo dal 2009 dopo un periodo di collaudi e prove. Adriatic LNG è stato realizzato da Terminale GNL Adriatico Srl, società partecipata da Qatar Terminal Limited (45%), ExxonMobil Italiana Gas (45%) ed Edison (10%).

GAS DAL QATAR - IL gas depositato nell'impianto arriverà dal campo «North Field» nel Qatar, il più grande giacimento di gas al mondo, con più di 25.000 miliardi di metri cubi. Il gas sarà liquefatto per essere trasportato in Italia e ritrasformato in gas nel terminale. Il vantaggio del rigassificatore è che permette il trasporto e lo stoccaggio di quantità maggiori di gas in forma liquida, grazie alla densità maggiore rispetto alla forma gassosa, che richiede volumi di trasporto inferiori. Si tratta di una soluzione adottata soprattutto se il luogo di produzione del gas naturale è lontano dal luogo di utilizzo e se non è possibile costruire un gasdotto. L’80% della capacità di rigassificazione del terminale, pari a circa 6,4 miliardi di metri cubi di gas all’anno, sarà destinata per 25 anni a Edison.

Fonte: Corriere.it - 01/09/2008
martedì 8 aprile 2008  -  Eni: vent’anni dopo torna a cercare il petrolio in Puglia
Forse c’è petrolio o forse solo gas. Fatto sta che l’Eni, dopo più di vent’anni, è pronta a riprendere le ricerche nel sottosuolo pugliese. Lo conferma un’inchiesta del sito web di Repubblica, www.repubblica.it. Il colosso italiano dell’energia “è pronto a fare pozzi esplorativi nella zona di Foggia, in quella murgiana prima di Matera e in quella jonica, tra Ginosa e Castellaneta, qui addirittura entro il 2011. Ed è quasi paradossale che nella regione che ha deciso di puntare tutto sulla produzione delle energie alternative, dall’eolico al fotovoltaico, dal solare alle biomasse, si cerchi nel sottosuolo con l’avallo della giunta regionale di centrosinistra che vuole liberarsi dalla schiavitù delle fonti fossili che in Puglia producono energia tre volte quella che i pugliesi consumano”.
L’Eni abbandonò le ricerche in questa zona nel 1985. Infatti, ricorda Repubblica.it, non è la prima volta che si cerca qualcosa nel sottosuolo tra Ginosa e Castellaneta: Agip e Spi, le due società dell’Eni che si occupano di ricerca e trasformazione di idrocarburi, tra il 1959 e il 1985 hanno realizzato cinque pozzi, ricavandone però solo quantità limitate di gas. Ora ci riprovano, complici le affinate tecniche di ricerca. L’investimento sfiora i quattro milioni di euro, compresi quelli per un pozzo profondo 2.500 metri. In fondo al pozzo, la possibilità che la Puglia diventi “il Texas d’Europa” insieme ai dirimpettai della Basilicata.

Fonte: e-gazette - 07/04/2008
giovedì 27 marzo 2008  -  Via libera a Ineos.
Con l'approvazione del consiglio dei ministri del progetto Ineos che prevede il bilanciamento del ciclo del cloro Porto Marghera guarda al futuro, assicurandosi un tassello per lo sviluppo dell'intero polo chimico. "Per Porto Marghera si apre una stagione nuova", commenta il ministro dello Sviluppo economico Pierluigi Bersani. A dieci anni dall'accordo globale sulla riconversione della chimica a Porto Marghera, firmato nel 1998 proprio da Bersani, si è messa fine così a una vicenda che vede la multinazionale inglese Ineos Vinyls, con il via libera del Governo, tirare un forte sospiro di sollievo. Un sollievo, quello dell'azienda arrivata spesso ai ferri corti con il ministero dell'Ambiente, condiviso da sindacati e lavoratori, industriali e istituzioni locali, Regione Veneto, Comune e Provincia di Venezia.
"Oggi ci siamo presi le nostre responsabilità - sottolinea Bersani - con un atto che credo possa aprire, finalmente in modo credibile, una stagione nuova". Nel consiglio dei ministri, il responsabile dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio si è astenuto come "segnale di attenzione", spiega, nei confronti dell'emergenza occupazionale e "sulla base dell'accoglimento delle prescrizioni a tutela dell'ambiente e della sicurezza per i lavoratori". Ma tiene a sottolineare che il provvedimento ribadisce "il riconoscimento delle criticità che il ministero aveva avanzato".
Subito dopo la decisione del governo, i lavoratori del polo chimico di Marghera hanno abbandonato il presidio attuato per protesta lungo la statale Romea e hanno incontrato la dirigenza della Ineos. Il decreto dovrebbe infatti far riprendere gli investimenti destinati a rinnovare gli impianti dell'azienda, principale produttore in Europa di cloruro di polivinile: "Per noi si tratta del premio per anni di battaglie per salvare il nostro lavoro e l'attività industriale a Marghera", commentano lavoratori e sindacalisti. Per l'assessore agli investimenti strategici del Veneto Renato Chisso, "le ragioni del lavoro e il buonsenso hanno prevalso" e ora bisogna operare "per transitare verso un futuro nuovo e diverso rispetto al passato, che ne valorizzi le potenzialità creando nuovi e numerosi posti di lavoro".
Soddisfatto anche il presidente della Provincia di Venezia Davide Zoggia: "Se oggi fosse crollato tutto e se il cosiddetto effetto domino non fosse stato scongiurato, ci saremmo trovati di fronte ad un dramma, sociale ed ambientale, difficilmente arginabile". Esprime soddisfazione anche il segretario della Cgil veneta, Emilio Viafora, il quale rammenta le lotte dei lavoratori "per la difesa del proprio lavoro e le prospettive dell'intero polo industriale". Il segretario della Cisl Raffaele Bonanni si aspetta ora che Eni e Ineos "diano compimento all'Intesa per Porto Marghera, siglata nel 2006, con il passaggio di proprietà degli impianti del cloro e con l'inizio dei lavori", mentre per il presidente di Unindustria Venezia Antonio Favrin il progetto "consente di consolidare le attività del Petrolchimico rassicurando gli altri siti della pianura Padana".

Fonte: e-gazette - 25/03/2008
martedì 18 marzo 2008  -  Da Milano a Palermo operative cinque nuove centrali
Sono operative diverse nuove centrali in Italia. Come si dice in gergo, hanno infatti effettuato il “primo parallelo” l’impianto di produzione a biomasse di Montello, in provincia di Bergamo, la centrale eolica Dotto di Ciorlan, nell’area territoriale di Napoli, le centrali a biomasse di Tampieri Energie, in provincia di Firenze, e quella di Ital Green energy ubicata nel comune di Monopoli. Infine, è stata collegato alla rete nazionale per la produzione di energia il primo aerogeneratore del parco eolico di Salemi, nell’area territoriale di Palermo, di proprietà della società Ip Maestrale Sicilia. In particolare, l’impianto di Ciorlano di proprietà della società Dotto è costituito da dieci aerogeneratori, ciascuno avente una potenza di due MW per una potenza complessiva pari a venti MW. Quello di Salemi, invece, è composto da 44 aerogeneratori, ciascuno avente una potenza di 0,85 MW per una potenza complessiva pari a 37,4 MW. L’impianto, ubicato nei comuni di Salemi e Castelvetrano in provincia di Trapani, è connesso alle sbarre della cabina primaria di Salemi di proprietà di Enel distribuzione.

Fonte: e-gazette - 17/03/2008
lunedì 17 marzo 2008  -  Le imprese investono più sulla qualità dell’aria che sulla gestione dei rifiuti
Un andamento a onde, che segue essenzialmente le spinte dei contributi nazionali o comunitari, una maggiore propensione a investire sulla qualità dell'aria (con picchi che vanno oltre il 50%) più che per la gestione dei rifiuti (con annate in cui le spese sono meno del 10%). L'Istat descrive così gli investimenti delle imprese per la protezione dell'ambiente nel decennio 1997-2006. Che segnala anche un altro fatto importante: si investe molto di più per intervenire sull'inquinamento generato (mediamente il 72%) piuttosto che nelle tecnologie che servono a non produrlo (mediamente il 28%). Spiega infatti che gli investimenti delle imprese registrano una “forte crescita” nel periodo 1997-2001, quando passano da 1.061 milioni di euro nel 1997 a 4.163 milioni nel 2001. Brusco calo, invece, nel triennio successivo con gli investimenti che, nel 2004, raggiungono un valore (1.157 milioni di euro) prossimo a quello del 1997. Nel biennio 2005-2006 c'è invece una ripresa, che riporta gli investimenti quasi al livello del 2002. A questo proposito, l'Istat precisa che si tratta di una dinamica che appare “sensibilmente influenzata dalle misure pubbliche di incentivazione agli investimenti ambientali”, che sembrano particolarmente incisive per numero e per l'ammontare delle risorse economiche messe a disposizione in corrispondenza di alcuni periodi. Si tratta, ad esempio, dei numerosi regimi di aiuto, cofinanziati con i fondi strutturali comunitari 2000-2006, finalizzati esclusivamente o parzialmente agli investimenti in campo ambientale, o delle risorse statali destinate all'attuazione di accordi internazionali quali il protocollo di Montreal sulle sostanze che impoveriscono lo strato d'ozono o il protocollo di Kyoto della convenzione sui cambiamenti climatici.

Fonte: e-gazette - 10/03/2008
lunedì 25 febbraio 2008  -  Enel compra società del gas in Lombardia e Sicilia
Enel Rete Gas acquisisce il ramo d’azienda della società Ghezzi Ugo S.p.a. per la distribuzione di gas naturale nel Comune di Montedoro (Caltanisetta) e il controllo della municipalizzata GP Gas S.r.l. per la distribuzione del gas in diversi comuni della Provincia di Pavia.
Le operazioni - comunica in una nota l'Autorità garante della concorrenza e del mercato - non danno vita ad alcuna concentrazione nel mercato del gas naturale, poiché determinano la sostituzione di un operatore in monopolio legale con un altro.
Nel 2006 il fatturato di GP gas, realizzato interamente in Italia, è stato di circa 2,4 milioni di euro, mentre la società siciliana aveva un fatturato pari a zero dato che aveva iniziato ad operare solo nel corso del 2007. Il gas naturale distribuito da Enel Rete Gas nel 2006 corrisponde a una quota stimata in circa l’11% del totale nazionale.

Fonte: e-gazette - 18/02/2008
venerdì 25 gennaio 2008  -  In Sicilia nasce l’osservatorio regionale dell’energia
La Sicilia si dota di un Osservatorio regionale dell’energia. L’assessore all’Industria, Giovanna Candura, ha firmato il decreto che costituisce il nuovo servizio “quale strumento di analisi e monitoraggio a supporto delle politiche energetiche regionali”. Se ne parla nel nuovo numero del Tg web della Regione siciliana (www.regione.sicilia.it), visibile anche sul canale satellitare 887 della piattaforma Sky, Administra.it, ogni lunedì, mercoledì e venerdì alle ore 13.00.

“Attraverso l’Osservatorio - dice l’assessore Candura - avremo un quadro, costantemente aggiornato, di quanto attiene all’energia nel territorio regionale, dall’andamento della produzione, diversificata per le varie fonti, comprese quelle rinnovabili che si stanno sempre più sviluppando, ai consumi, con un particolare occhio di riguardo per il monitoraggio delle iniziative che abbiamo assunto in questi mesi per incentivare il risparmio energetico. È uno strumento che andrà a integrarsi con il Piano energetico regionale, che mi auguro venga al più presto esaminato dalla Giunta di governo, e che servirà anche per elaborare, attraverso i dati concreti raccolti, i possibili scenari futuri nel campo dell’energia in Sicilia, sulla base dei quali dovranno essere redatte le scelte strategiche in campo energetico. In questo senso, la Sicilia, che è la maggiore produttrice di energia tra le regioni d’Italia e che sta vivendo un forte sviluppo delle fonti rinnovabili e pulite, si pone all’avanguardia nel nostro Paese”.

L’Osservatorio, affidato a Domenico Santacolomba, opererà all’interno dell’Ufficio speciale per il coordinamento delle iniziative energetiche dell’assessorato all’Industria, diretto da Gandolfo Gallina, e si occuperà di raccogliere e aggiornare i dati e le informazioni sulla produzione, la trasformazione, il trasporto e la distribuzione dell’energia. Le aziende private e gli enti pubblici che operano nel settore dell’energia in Sicilia dovranno fornire all’Osservatorio le informazioni in loro possesso. Il nuovo soggetto provvederà ad analizzare ed elaborare i risultati su base regionale e provinciale, anche per sviluppare previsioni sugli scenari evolutivi, e a misurare lo sviluppo e la diffusione delle fonti alternative, compresa la loro capacità di sostituirsi a quelle fossili. Tra i compiti del nuovo servizio, anche l’applicazione delle disposizioni sulla certificazione e il risparmio energetico in edilizia.

Fonte: e-gazette - 21/01/2008
venerdì 11 gennaio 2008  -  Subito un piano energetico nazionale. Clini: più ricerca e politiche coraggiose
Serve un piano energetico capace di far fronte seriamente ai problemi legati all'energia. Superando, attraverso il senso di responsabilità e la condivisione di tutti gli attori che operano nel settore, le difficoltà d'ordine politico e locale, per il bene della comunità. Questo in sintesi il concetto base che emerge dagli interventi, pubblicati sull’ultimo numero di Elementi, la rivista del Gse, Au e Gme, di Corrado Clini, direttore generale del Ministero dell'Ambiente, Edgardo Curcio, presidente dell'Associazione Italiana Economisti dell'Energia, Leonardo Domenici, presidente dell'Anci e sindaco di Firenze, Antonio Marzano ex Ministro delle Attività Produttive e attualmente presidente del Cnel, e Andrea Bollino, presidente del GSE. Antonio Catricalà, presidente Antitrust, ritiene che solo un mercato integrato di dimensione europea nel settore energia può garantire livelli di capacità produttiva e di scorte tali da risolvere eventuali emergenze. Per Domenico Santececca, presidente del Consorzio Abi Energia, un passo in avanti verso lo sviluppo del fotovoltaico arriva proprio dall'accordo tra il Gestore dei Servizi elettrici e le banche. Sul fronte emissioni di Co2, Gianni Silvestrini, Consigliere per l'energia e l'ambiente del Ministro dello Sviluppo Economico, pensa che i meccanismi flessibili potrebbero rappresentare un'occasione per il trasferimento delle tecnologie pulite.

Questi alcuni degli interventi contenuti nell'ultimo numero 12 di Elementi, pubblicato sul sito internet: www.gsel.it

In sintesi:

Silvestrini - Per facilitare il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni al minor costo, il protocollo di Kyoto prevede l'utilizzo di strumenti che consentono di effettuare investimenti in paesi in via di sviluppo (Clean Development Mechanism, CDM) o in paesi con economie in transizione (Joint Implementation, JI) e di contabilizzare i crediti di carbonio nei paesi industrializzati. Questa possibilità ha creato un mercato in forte crescita, con transazioni che si sono decuplicate nel giro di due anni raggiungendo un valore di 5,4 miliardi $ nel 2006.
Complessivamente, gli investimenti che hanno dato luogo a questi "certificati" di riduzione (Certified Emission Reductions - CERs) sono stati tre volte più elevati. Seguire l'evoluzione di questo mercato è dunque importante perché sul medio e lungo periodo si potrebbe avviare una dislocazione significativa di tecnologie pulite, favorendo la sostenibilità dello sviluppo in aree povere del pianeta. Quale la domanda di crediti nei i prossimi cinque anni? Sulla base dei programmi nazionali di riduzione avviati nei paesi industrializzati e degli obiettivi assegnati dal protocollo di Kyoto ai singoli paesi, si valuta che vi sarà un deficit dell'ordine di 3,3 miliardi di t CO2eq. Tre sono i modi per ridurre questo gap. Il primo risiede in una accelerazione dei programmi nazionali. Una seconda strada risiede nell'acquisizione di crediti derivanti da progetti CDM o JI. C'è poi una terza ipotesi legata alla vendita di quote da parte dei paesi dell'Est che all'atto della firma del Protocollo avevano emissioni molto inferiori rispetto al target assegnato.
Altri paesi hanno visto uno sforzo congiunto molto efficace per far partecipare i loro settori industriali nei progetti di CDM. Considerata la fortissima crescita prevista per questo mercato occorrerà dunque sollecitare anche in Italia un forte impegno in questa direzione e definire un maggiore sostegno alle imprese interessate ad investire.

Clini - Un utilizzo più massiccio di rinnovabili, di bioenergie e anche un uso congruo di nucleare, potranno favorire l'abbattimento dell'inquinamento atmosferico e mitigare le pesanti ricadute che i combustibili fossili hanno sull'economia. Ma serve più ricerca, innovazione e politiche energetiche coraggiose. E soprattutto dobbiamo cominciare ad agire adesso. Perché ci sia una stabilizzazione effettiva delle emissioni d'anidride carbonica, servono anni. La "bioenergia" può cambiare la geografia del mercato internazionale dell'energia. Può accrescere la diversificazione delle fonti energetiche ma anche la geografia dell'energia. Può essere neutrale sulle emissioni di carbonio e quindi dare un contributo effettivo alla riduzione della CO2.

Catricalà - Nel settore dell'energia occorre ormai ragionare solo in chiave europea. Diversamente il nostro Paese rischia "pericolose fughe in avanti. Un mercato integrato di dimensione europea può invece garantire livelli di capacità produttiva e di scorte tali da risolvere eventuali emergenze. Contro gli abusi dei campioni nazionali sui consumatori, anello debole della catena, non abbasseremo la guardia. L'effetto "Nimby" (la protesta di chi non vuole che si costruisca vicino la propria abitazione) non è più tollerabile, la logica dei veti incrociati va superata. Altrimenti continueremo a lamentare la dominanza degli ex monopolisti, salvo continuare a ritardare la costruzione di nuovi rigassificatori.

Curcio - Sono anni che non facciamo più politica energetica - e non parlo solo di questo governo ma anche del precedente. Abbiamo paura di prendere decisioni in un settore che è vitale per il bene del nostro Paese. In Italia, spesso i certificati verdi hanno poco mercato. Prevalgono gli accordi bilaterali rispetto ai meccanismi di borsa e la concorrenza così non funziona. Serve un'unica forma d'incentivazione delle energie rinnovabili a livello europeo e un mercato unico di questi certificati. Nucleare? Sì, ma occorre lavorare subito per il domani. I consumi d'energia si possono ridurre fino a un 10% rispetto alla domanda primaria, tempo dieci anni.

Domenici - Occorre introdurre agevolazioni per l'ingresso degli enti locali nel mercato delle emissioni, per far crescere il volume di attività della borsa emissioni e le quote di CO2 non immesse nell'atmosfera. Solo una politica energetica condivisa potrà dare maggior linfa ad un settore vitale dell'economia e migliorare le condizioni ambientali del nostro Paese. Bene le aggregazioni delle utilities dei comuni, ma il fenomeno non deve limitarsi solo a una parte d'Italia. Sull'energia rinnovabile i comuni potranno svolgere un ruolo determinate che sarà favorito dagli accordi con il GSE. Il nucleare? Si può aprire un "ragionamento".

Santececca - L'accordo quadro tra GSE e Istituti di credito è sintomo di una nuova attenzione delle banche per le energie rinnovabili. Tra i vantaggi operativi per le parti che lo sottoscrivono, la possibilità di godere della semplificazione e uniformazione dei termini e delle modalità di notifica e di accettazione della cessione dei crediti nascenti dall'assegnazione delle tariffe incentivanti. Il settore energetico è un comparto che richiede forme evolute di finanziamento, per questo la banca diventa un importante centro di competenze gestionali e di mercato. Il Consorzio ABI Energia? Per ridurre i costi d'approvvigionamento e dei consumi d'energia delle banche, l'impatto ambientale e il rischio operativo associato all'utilizzo dell'energia stessa.

Marzano - La liberalizzazione del settore energetico è incompiuta, c'è bisogno di favorire una domanda elastica, di riflettere sulle fonti alternative, sul clean coal e sul nucleare. Oltre a limitare il potere di veto degli enti locali e incrementare il risparmio energetico. In Europa occorrono un Autorità e una Borsa energetica.

Bollino - Nel suo Editoriale, il presidente del GSE, sostiene che: "occorre puntare su maggiore diversificazione delle fonti energetiche, maggiore sicurezza degli approvvigionamenti, maggiore quota di energie rinnovabili. Se vogliamo incrementare la quota di energia alternativa, sapendo che è in essa che sono riposte le speranze per migliorare le rendite energetiche, e permettere a territorio e clima di raggiungere livelli di miglior qualità, bisogna superare alcune situazioni di criticità dovute alla discrezionalità degli enti locali e centrali, oltre a snellire i costi e le burocrazie che insistono su questo tipo d'energia".

Fonte: e-gazette.it - 07/01/2008
mercoledì 19 dicembre 2007  -  Accordo finale sulla road map per il dopo-Kyoto
E' stato raggiunto un accordo internazionale sulla road-map per salvare il clima. La 13/a Conferenza Onu sui cambiamenti climatici che si è tenuta a Bali ha approvato il documento che serve per avviare due anni di negoziati mondiali e arrivare a varare, al summit sul clima del 2009 fissato a Copenaghen, un nuovo accordo di riduzione dei gas serra per il dopo 2012, a partire cioè dalla scadenza del Protocollo di Kyoto. Il finale dell'approvazione della road-map di Bali è stato al cardiopalma. Fino all'ultimo l'esito è rimasto incerto. La dichiarazione dell'opposizione degli Stati Uniti all'accordo di compromesso proposto dai Paesi in via di sviluppo ha dapprima gettato il gelo sulla platea di ministri e delegati riuniti in plenaria, poi ha scatenato una serie di interventi tutti a favore del compromesso. Tra i più forti quello del Sudafrica, che ha rimandato al mittente, gli Usa, il no, ricevendo applausi scroscianti. A questo punto gli Stati Uniti hanno dovuto cedere alle pressioni e, con il capo delegazione Paula Dobriansky, riprendere la parola, dicendosi a favore del consenso. Tre colpi di martelletto da parte del ministro dell'ambiente indonesiano Rachmat Witoelar, presidente della Conferenza e il documento è stato approvato salutato da uno scrosciante applauso liberatorio. Tra le novità il coinvolgimento dei Paesi in via di sviluppo che, insieme all'Ue, hanno respinto l'ostruzionismo degli Stati Uniti. Era dovuto intervenire il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, sollecitando il senso di responsabilità di tutti i paesi rispetto a questa emergenza planetaria. Lo stesso Ban Ki-moon, dopo l'approvazione, si è detto “profondamente grato nei confronti di molti stati membri per il loro spirito di flessibilità e compromesso”. Già i negoziati avevano subito un rallentamento dopo la seconda notte di trattative e nella mattina di sabato, quando in Italia era ancora notte, si erano bloccati, facendo chiudere il summit addirittura un giorno dopo rispetto alla tabella di marcia ufficiale. I Paesi in via di sviluppo del gruppo detto G7&Cina hanno avanzato una loro proposta, ma la situazione non si sbloccava. Poi il no degli Usa, quindi la richiesta degli stessi paesi in via di sviluppo di mostrare leadership e sensibilità nei confronti di quei paesi che sono maggiormente soggetti alle conseguenze prodotte dai cambiamenti climatici. L'approvazione della road-map di Bali, per il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, significa aver “sconfitto chi voleva boicottare Kyoto e Bali”. “Un successo per l'Onu - ha detto il ministro - e per l'Ipcc”. Per il ministro un unico rammarico: “Aver tolto l'indicazione, fin da ora, degli obiettivi di taglio delle emissioni”. Un capitolo che ha rappresentato la parte centrale del braccio di ferro di questi giorni ma che, alla luce dei risultati, appare quasi secondario. Nel documento resta a ogni modo il riferimento base, nel “preambolo” al 4/o Rapporto degli scienziati del Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc), ma i “numeri” dei tagli delle emissioni, quel 25-40% al 2020 da parte dei paesi industrializzati rispetto ai livelli del '90 non sono scritti nero su bianco. Il riferimento è in una nota inserita a fondo pagina, che indica tre pagine dello stesso rapporto. Pagine in cui ci sono sia gli scenari dell'aumento dei gas serra e relativo innalzamento della temperatura, sia gli stessi range di riduzione delle emissioni di gas serra voluti soprattutto da Unione Europea e Italia. Che la sessione Onu sul clima sia stata a Bali particolarmente carica di tensione, fino alla fine, lo dimostrano anche le lacrime del responsabile del segretariato Onu per i cambiamenti climatici, Yvo de Boer, che era stato attaccato da India e Cina per aver convocato la plenaria mentre i Paesi in via di sviluppo erano riuniti. “Non lo sapevo”, si è scusato De Boer, lasciando la sala in lacrime. Al suo rientro è stato accolto da un applauso fragoroso.

Fonte: e-gazette - 17/12/2007
giovedì 6 dicembre 2007  -  Ma l’energia nucleare è davvero "carbon free"?
Un rinnovato dibattito sta emergendo sul potenziale dell'energia nucleare per mitigare le emissioni di gas serra, in particolare di anidride carbonica. La tesi centrale pro-nucleare è che le centrali nucleari non emettono CO2 e, quindi, il ricorso massiccio al nucleare ci consente di contrastare il cambiamento climatico. In realtà, solo le operazioni nel reattore sono "carbon free" ovvero senza emissioni di CO2. Tutte le altre operazioni della filiera del combustibile - estrazione dalle miniere, frantumazione e macinazione, fabbricazione del combustibile, arricchimento e gestione delle scorie - necessitano di parecchio combustibile fossile e quindi emettono CO2.
Senza entrare nel merito delle operazioni di decommissioning e di trasporto e riprocessamento del combustibile esausto, che necessitano di un'analisi a parte, in questo breve scritto mi focalizzo solo sull'aspetto delle emissioni di CO2 dovute alla produzione del combustibile nucleare.
Queste emissioni sono state quantificate ormai da molti ricercatori indipendenti dall'industria nucleare. I primi lavori sono stati pubblicati da Nigel Mortimer, (1) fino a poco tempo fa capo unità delle ricerche sulle risorse presso l'università Hallam di Sheffield in Gran Bretagna. Nel 2000 uno studio molto dettagliato è stato condotto da Joe Willem Storm Van Leeuwen, (2) docente dell'Università di Groningen, in Olanda e Philip Smith, fisico nucleare in Olanda.
Questi studi rivelano che le emissioni di CO2 dipendono fondamentalmente dalla concentrazione di Ossido di Uranio (U3O8 - detto anche "yellowcake") nel minerale estratto. Se consideriamo il minerale "high grade" con un minimo di 0,1% di ossido di uranio, da ogni tonnellata di minerale grezzo si ricava un kg di ossido di uranio. Se prendiamo in esame il più diffuso "low grade", ossia con concentrazioni non inferiori allo 0,01% di ossido di uranio, per ottenere un kg di yellocake occorre trattare 10 tonnellate di minerale.
Se poi consideriamo che nello "yellocake" la concentrazione di Uranio fissile (235) rispetto l'Uranio naturale (238) è intorno allo 0,5% e che per alimentare i comuni reattori di potenza nel mondo occorre operare un processo di arricchimento che porti l'isotopo fissile 235 tra il 3% e il 5%, Van Leeuwen e Smith hanno calcolato che il consumo di energia fossile per questi processi di fabbricazione è così grande che le quantità di CO2 emessa è comparabile con quella emessa da un equivalente ciclo combinato alimentato a gas naturale.
Secondo D. T. Spreng, (3) (Net-Energy Analysis, 1988) la Richiesta di energia per la vita operativa di un reattore ad acqua pressurizzata (PWR) da 1000 MWe che produce 200.000.000 MWh è di 5 Milioni di tep di energia fossile, dei quali 4 Mtep sono consacrati alle fasi di estrazione del minerale, macinatura, conversione, arricchimento e produzione del combustibile. Ciò significa che ogni 1.000 kWh prodotti occorre spendere 200 kWh di idrocarburi con le relative emissioni inquinanti e climalteranti.
Occorre rilevare poi che le quantità conosciute di riserve di uranio con "grado" superiore allo 0,01% sono molto limitate e che la maggior parte delle risorse sono "low grade". Con il contributo attuale alla produzione elettrica mondiale di circa il 16%, le riserve di "high grade uranium ores" possono durare pochi decenni con prezzi sempre più crescenti. Non dimentichiamo che negli ultimi anni il prezzo dello "yellowcake" è sestuplicato, passando dai 20 $ per libbra nel 2000 a 120 $ per libbra nel 2007.
La quantità di CO2 che viene emessa nel processo di lavorazione dell'uranio è quindi considerevole e le analisi dettagliate sono ancora limitate. Sebbene queste analisi siano fondamentali per poter condurre un dibattito serio sul "ritorno al nucleare", esse non vengono mai menzionate. Un altro aspetto critico nel processo di produzione di uranio è la grande quantità di acqua necessaria, anche questo sempre taciuto. Ma questo merita un approfondimento a parte.

Sergio Zabot del Settore Energia della Provincia di Milano

Fonte: e-gazette - 03/12/2007
martedì 20 novembre 2007  -  L’analisi. Troppa burocrazia, ritardi legislativi e tecnologie costose frenano le rinnovabili
Procedure autorizzative poco snelle, tecnologie ancora costose, resistenze poco comprensibili sulle torri eoliche, ritardi nell’incentivazione del conto energia: sono questi alcuni dei problemi riscontrati nello sviluppo delle fonti rinnovabili per la produzione dell’elettricità in Italia. E’ quanto emerge da uno studio condotto dai docenti dell’Università di Padova, Arturo Lorenzoni e Laura Bano del Dipartimento di Ingegneria Elettrica, in collaborazione con l’Aper.
Lo studio, intitolato “I costi di generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili”, sostiene che un primo elemento importante riscontrato nell’analisi condotta è l’estrema difficoltà sperimentata dagli operatori nel condurre a termine i progetti di investimento. Le cause: un quadro normativo frammentato e talvolta poco coerente introduce delle inefficienze di sistema che si traducono in un incremento di costi per gli investitori.
Un secondo aspetto evidenziato è la dinamica di riduzione di costi sperimentata nell’ultimo decennio in alcuni settori come il fotovoltaico, l’eolico, che lascia intuire le buone possibilità di lungo periodo per queste tecnologie. Ora però i prezzi sono ancora elevati.
Quanto al settore eolico, si sottolinea che rimangono delle difficoltà sul piano autorizzativo che sono difficili da comprendere, soprattutto in aree del Paese dove questa tecnologia può rappresentare occasione di sviluppo. Relativamente invece al fotovoltaico, lo studio osserva che la ritardata attuazione dell’incentivazione in conto energia, attuata con grande ritardo al termine del 2005 e poi rilanciata nel febbraio 2007, ha limitato gli investimenti ai pochi sostenuti dai bandi regionali.

Fonte: e-gazette.it - 19/11/2007
giovedì 15 novembre 2007  -  No ai nuovi impianti
Continuano le battaglie dei comitati del “no” alla realizzazione di nuovi impianti, sia che si tratti di fonti convenzionali, sia che si tratti di fonti rinnovabili.
A Modugno, in provincia di Bari, segue imperterrita la polemica per la centrale a turbogas dei Sorgenia, Italia Nostra ricorre al Tar del Molise contro l'installazione di una centrale eolica industriale sul crinale dei Monti del Sannio, nei pressi degli scavi dell'area archeologica Altilia-Saepinum, mentre a Villafranca i comitati del “no” fanno ricorso contro la delibera con cui l'Amministrazione ha approvato la convenzione con la società Comat Spa per la realizzazione di una centrale termoelettrica alimentata a biomasse. Un incendio doloso è stato appiccato nei giorni scorsi a un impianto di risalita sciistico in Val Badia al centro di recenti polemiche ambientaliste. Al momento gli inquirenti escludono che si tratti di un episodio di eco-terrorismo. Si tratta del Piccolino, un impianto inaugurato un anno fa e che aveva suscitato le proteste dei protezionisti, in quanto realizzato in una zona di alto valore ambientale e molto esposta.

Fonte: e-gazette.it - 12/11/2007
mercoledì 7 novembre 2007  -  Authority: incentivi per la riduzione dei consumi industriali di gas
Per tenere a freno i consumi industriali di gas è in arrivo un meccanismo di premi e penalità. A metterlo a punto è l'Autorità per l'energia, in attuazione del decreto varato nelle scorse settimane dal Ministero dello Sviluppo economico per prevenire un'eventuale emergenza gas.
L'obiettivo di questo nuovo sistema di incentivi-disincentiti - spiega l'Authority in una nota - è appunto quello di contenere i consumi di gas da parte degli utenti industriali, contribuendo all'equilibrio del sistema in caso di eventuali criticità nelle forniture il prossimo inverno.
L'entità di premi e penali, stabiliti dall'Autorità, ha valore per l'anno termico che va dal primo ottobre 2007 al 30 settembre 2008. Il sistema di incentivi si applicherà a tutti i soggetti obbligati alla riduzione dei consumi identificati dal decreto ministeriale, prevalentemente i grandi clienti industriali allacciati alla rete di trasporto di gas.
Due i differenti livelli di premio previsti: uno, più elevato, riguarda coloro che saranno disponibili a ridurre i consumi in via prioritaria, aderendo volontariamente alla cosiddetta “prima linea di intervento”; l'altro, più basso, sarà per chi dovrà ridurre i consumi solo in un secondo tempo (“seconda linea di intervento”). Sono inoltre riconosciuti compensi alle imprese di vendita di gas per gli oneri connessi alle attività di coinvolgimento dei loro clienti finali in misure di contenimento dei consumi. Le penali saranno invece applicate, in modo proporzionale alla “linea” di appartenenza scelta, a tutti i soggetti che non rispetteranno l'obbligo di contenimento dei consumi.
Gli oneri derivanti dall'attuazione del provvedimento per il contenimento dei consumi di gas saranno addebitati a tutti clienti finali.

Fonte: e-gazette.it - 05/11/2007
giovedì 1 novembre 2007  -  Petrolchimico Priolo, stop al degrado
Firmati oggi, dal ministro dell' Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, i due decreti che sbloccano le opere di bonifica, lungamente attese, per l'area del Polo petrolchimico di Priolo, in Sicilia.

Si tratta di lavori che interessano circa 300 ettari di territorio fortemente degradato. Le opere saranno realizzate in situ e con tecniche assolutamente innovative, rispettose della sicurezza dei lavoratori e in grado di garantire la tutela del territorio, anche grazie ad analisi di rischio e monitoraggi periodici. La bonifica consentirà di abbattere le forti contaminazioni riscontrate nel sottosuolo attraverso metodologie a basso impatto ambientale e con costi certamente minori rispetto ad altre metodologie.

"L'accordo raggiunto per l'avvio di questa bonifica - ha affermato il ministro Pecoraro Scanio - non solo mette fine alle polemiche dei mesi scorsi ma è anche la tangibile conferma del nostro impegno per il ripristino di aree fortemente degradate. Il ministero dell'Ambiente ha scelto di investire sulle bonifiche perchè consentono di restituire alla collettività - ha detto ancora il ministro - territori con ecosistemi compromessi e che spesso causano forti preoccupazioni anche per la salute dei lavoratori e dei cittadini. Il rilancio di un piano nazionale per le bonifiche è un impegno che ho assunto e che concretamente stiamo realizzando. I due decreti per Priolo vanno esattamente in questa direzione".

Il progetto approvato ha però un valore aggiunto fondamentale. "I lavori previsti - ha aggiunto Pecoraro - non solo consentiranno interventi a tutela dell'ambiente e della salute di chi lavora e vive nell'area, ma garantiranno anche il contemporaneo prosieguo delle attività produttive esistenti e l'avvio di nuove realtà economiche e produttive attese sul territorio con evidenti benefici per la collettività".

Fonte: Alice notizie - 30/10/2007
lunedì 22 ottobre 2007  -  Produzione di petrolio da microorganismi OGM
Alcuni scienziati americani hanno creato dei microrganismi geneticamente modificati che producono petrolio. Il risultato è stato ottenuto dai ricercatori di LS9, un'azienda start-up californiana, fondata da ricercatori di Harvard, Stanford e del Massachusetts Institute of Technology (MIT). Presto gli idrocarburi potranno essere sintetizzati biologicamente. La rivista “Technology Review”, durante la conferenza sulle tecnologie emergenti svoltasi al MIT ha consegnato il premio “Innovatore dell’anno” per il 2007 proprio a David Berry, uno studioso di 29 anni, laureato in medicina ad Harvard e biologo con formazione al MIT, che possiede gran parte dei brevetti su cui si basa la tecnologia di LS9. David Berry ha spiegato: “Ha benefici in termini di sicurezza e in termini di sostenibilità globale. E questo, insieme ad un vantaggio economico, lo rende una tecnologia molto convincente”. La ricerca è molto importante, e potrebbe avere risvolti pratici anche presto. Infatti, il dipartimento di Washington per l’energia ha stabilito che, entro il 2030, il 30% della benzina consumata negli Stati Uniti dovrà essere sostituito con carburanti derivati da fonti biologiche rinnovabili. Proprio la certezza di un enorme mercato, spiega il motivo per cui quasi tutte le aziende biotech stiano investendo molto nella ricerca di carburanti biologici, i cosiddetti “biofuels”. Attualmente il carburante biologico più popolare è l'etanolo ma se la tecnologia di Berry arriverà presto sul mercato, questo potrebbe perdere il primato. L'etanolo, infatti, è derivato perlopiù dal mais e possiede solo due terzi del potenziale energetico del petrolio e sono necessari notevoli risorse per la sua produzione. Per contro il petrolio derivato da microrganismi, richiederebbe degli investimenti minimi in infrastrutture, visto che può essere trasportato sui canali esistenti. Ci sono però alcuni punti che devono essere risolti. L'idea iniziale di Berry è quella di prelevare dei frammenti di DNA, responsabili del ciclo di conversione del glucosio in molecole che immagazzinano energia, da diversi organismi, per poi combinare questo materiale genetico e inserirlo in un altro micorganismo per fornirgli le istruzioni per produrre idrocarburi. In seguito, i ricercatori della LS9 hanno modificati altri geni dei microbi in modo da bloccarne alcune funzioni metaboliche, obbligandoli a concentrarsi sulla produzione di petrolio. I ricercatori hanno scoperto il modo per aumentare la produzione di petrolio, aumentando la codifica di determinate molecole attraverso la modificazione di alcune sequenze di DNA, tuttavia la produzione rimane scarsa per poter pensare ad un passaggio di scala. Uno dei punti deboli del processo è la fonte di cellulosa con cui sono alimentati i microrganismi e l'azienda spera di trovare, entro l'anno, quella più economica ed efficiente. Questo consentirebbe di lanciare il prodotto a livello industriale.

Fonte: Molecularlab.it - 18/10/2007
mercoledì 17 ottobre 2007  -  Bruxelles accellera sull'idrogeno
Bruxelles, 15 ottobre – La Commissione europea ha adottato la scorsa settimana due proposte che rappresentano un significativo passo avanti verso lo sviluppo e la commercializzazione di veicoli ad idrogeno puliti e sicuri. La prima riguarda l'iniziativa tecnologica congiunta "Celle a combustibili e idrogeno", un programma integrato di attività di ricerca, sviluppo tecnologico e dimostrazione. Si tratta di un partenariato pubblico-privato guidato dall'industria europea, che sarà messo in atto nei prossimi sei anni, con un contributo finanziario dell'Ue pari a 470 milioni di euro e una cifra equivalente messa a disposizione dal settore privato. L'iniziativa dovrebbe servire ad accelerare lo sviluppo delle tecnologie dell'idrogeno fino al loro decollo sul mercato, che dovrebbe avvenire tra il 2010 e il 2020. La seconda proposta riguarda, invece, l'omologazione dei veicoli a idrogeno: poiché già oggi molti veicoli sono pronti per il mercato, la Commissione propone di semplificare la procedura di omologazione, in modo tale da vedere sempre più auto pulite in circolazione sulle strade europee. Entrambe le proposte saranno ora sottoposte all'esame del Parlamento europeo e del Consiglio dei ministri. "L'introduzione dei veicoli ad idrogeno - ha detto Gunter Verheugen, vicepresidente della Commissione responsabile per le Imprese e l'industria - può rendere l'aria più pulita e ridurre la dipendenza dell'Europa dai combustibili fossili. La definizione di standard comuni favorirà questo processo assicurando ai cittadini un elevato livello di sicurezza, e accrescerà la competitività dei costruttori europei". Secondo Janez Potočnik, commissario per la Scienza e la ricerca, "l'Europa deve far fronte a grandi sfide per l'approvvigionamento energetico, e nel frattempo deve lottare contro i cambiamenti climatici, salvaguardare l'ambiente e mantenere un'economia competitiva. Tecnologie quali le celle a combustibile e l'idrogeno possono aiutarci a conseguire tutti questi obiettivi insieme”. Attualmente i veicoli a idrogeno non rientrano nel regime comunitario di omologazione dei veicoli a motore. Ciò comporta procedure di omologazione complicate e costose e impedisce una loro uniforme introduzione sul mercato comunitario. La proposta di Bruxelles serve a far rientrare i veicoli a idrogeno nell'ambito del regime comunitario di omologazione. Inoltre, l'idrogeno ha caratteristiche differenti rispetto ai combustibili convenzionali. La proposta servirà a fare in modo che tutti i veicoli a idrogeno immessi sul mercato nell'Unione europea presentino quantomeno lo stesso livello di sicurezza dei veicoli convenzionali. Per quanto riguarda le "Celle a combustibili e idrogeno", la seconda proposta prevede la costituzione di un partenariato pubblico/privato di ricerca sotto forma di iniziativa tecnologica congiunta a favore dello sviluppo delle tecnologie dell'idrogeno e delle celle a combustibile. L'iniziativa otterrà un finanziamento di 470 milioni di euro attraverso il Settimo programma quadro di ricerca; un importo equivalente sarà messo a disposizione dai partner industriali. Le due proposte adottate dalla Commissione europea sulle celle a combustibile e sulle tecnologie dell'idrogeno offriranno soluzioni a lungo termine per la sostenibilità dei sistemi energetici e di trasporto.

Fonte: e-gazette.it - 15/10/2007
giovedì 11 ottobre 2007  -  Uno studio sconvolgente: tutti i (pochi e piccoli) pericoli dei rigassificatori
Girano tante favole, e tante paure, sui rigassificatori. Sgomberiamo il campo dai dubbi. Un rigassificatore di metano non è pericoloso. Ce ne sono 27 nel solo Giappone e decine e decine in tutto il mondo, e non hanno mai provocato incidenti di rilievo. Niente esplosioni né palle di fuoco. Niente scenari catastrofici. Anzi, per la verità una volta è accaduto un incidente: si era nel ’44 quando gli Stati Uniti destinavano tutto l’acciaio al nickel (quello che resiste alle temperature basse) per costruire carri armati e corazzate destinati all’Ottava Armata ferma sulla Linea Gotica, allo sbarco in Normandia, alla guerra contro i giapponesi. Lì, a Cleveland, l’incidente ci fu, e grave. Montarono un serbatoio come se fosse una cisterna d’acqua, usarono l’acciaiaccio di bassa qualità che risultava dagli avanzi; il serbatoio non era (come quelli di oggi) di cemento armato spesso un metro e mezzo e non aveva la coibentazione di un altro metro e mezzo. Era un cilindraccio di ferro senza alcuna protezione. Fu montato male. E collassò. Imparata la lezione di sessant’anni fa, da allora più niente.
L’elenco di tutti gli incidenti e di tutti i rischi di un rigassificatore di metano è contenuto nel rapporto sulla sicurezza del progetto della Gas Natural a Taranto consegnato alla Regione Puglia.Lo studio è stato condotto dal Consorzio interuniversitario per l’ingegneria delle georisorse, che riunisce le Università di Bologna, Cagliari, Roma la Sapienza e Trieste.
Il rapporto parla di Taranto. Ma parla anche del pericolo astratto di ogni rigassificatore. Nel caso di Taranto, non c’è alcun rischio, afferma lo studio: “Non risultano verosimili, né ragionevolmente ipotizzabili effetti domino tra l’installazione Gas Natural e gli stabilimenti e pontili limitrofi; infatti, sia nel caso di incidenti localizzati all’interno dell’installazione Gas Natural, sia per gli eventi individuati e localizzati nelle installazioni o nelle principali vie di traffico all’esterno, le aree di danno riferite alle soglie di irraggiamento o sovrapressione non comportano interazioni dirette tra queste installazioni”. In altre parole, l’acciaieria Ilva e la raffineria dell’Eni sono troppo distanti dal rigassificatore e se accadesse un evento catastrofico in uno di questi impianti l’impianto per il metano non subirebbe alcuna conseguenza. Né c’è il rischio che un incidente al rigassificatore possa contagiare gli impianti di Taranto.
Più in generale, lo studio afferma che “incidenti su rigassificatori non sono stati reperiti tranne perdite di entità limitata”. I serbatoi pieni di metano liquido (che non è sotto pressione: è liquido come acqua in una cisterna, ma è freddissimo, cioè a 160-162 gradi sotto zero) sono cilindri di calcestruzzo di spessore 1,4 metri, dentro i quali c’è uno strato coibente (spessore 1,3 metri) a protezione della lamiera dei recipienti. Alle protezioni passive si aggiungono inoltre le misure e sistemi antincendio”.
Che cosa dice la storia dei rigassificatori? Gli incidenti rientrano “più nel campo della sicurezza sul lavoro – afferma la ricerca - che in quello dei grandi rischi”.
Ma ecco le storie del passato.

Cleveland 1944 - Ecco che cosa accadde a Cleveland, Ohio, nel ’44. L’installazione, costituita da tre serbatoi sferici da 2000 metri cubic e appartenente alla East Ohio Gas Company, venne costruita nel 1941. Nell’impianto non si verificarono incidenti fino al 1944, quando fu deciso di aggiungere un serbatoio cilindrico più grande, da 4100 metri cubi.
Data la scarsità di acciaio inossidabile durante la guerra, il nuovo serbatoio fu costruito con acciaio a basso contenuto di nickel (3,5%), che non resistette alle basse temperature caratteristiche dello stoccaggio criogenico (circa –161°C), collassando poco tempo dopo essere stato messo in servizio. L’intero contenuto venne rilasciato e raggiunse strade e fognature (il serbatoio non era dotato di bacino di contenimento e l’installazione era piuttosto vicina alla città di Cleveland), vaporizzando quindi rapidamente. La nube di vapori trovò innesco e si incendiò (senza esplodere), coinvolgendo anche una delle sfere (i cui sostegni non erano fire-proofing), che collassò dopo 20 minuti.
Vi furono circa 130 vittime e più di 200 feriti.
Questo incidente gravissimo non viene in genere computato perché si trattava di un impianto sperimentale e rabberciato. Oggi nemmeno uno sciagurato userebbe acciai non conformi a specifiche di resistenza alle basse temperature, nemmeno un disperato progetterebbe un impianto con molti difetti di assemblaggio, con la sicurezza affidata a operai degli anni ’40 che per interventi d’emergenza dovevano andare sotto all’impianto e manovrare a mano le valvole, un impianto senza dispositivi antincendio, un progetto senza un bacino attorno al serbatoio per contenere eventuali perdite e così via.

Portland (Oregon) 1969. Scoppia un serbatoio vuoto in costruzione - L’episodio riguarda l’esplosione all’interno di un serbatoio (36 m di diametro e 30 m di altezza, per un volume pari a circa 28000 m3) in fase di costruzione. La causa fu con ogni probabilità la rimozione di una cieca da una pipeline collegata al serbatoio stesso: il gas trovò innesco all’interno del serbatoio, che esplose. Il serbatoio non ha mai contenuto metano liquido.

Panigaglia, 1971. Le valvole sfiatano nell’aria - La nave metaniera Esso Brega era stata ormeggiata per un mese prima di scaricare il suo carico di metano liquido “pesante” nel serbatoio di stoccaggio. Circa 18 ore dopo il riempimento (o 31 ore dopo, secondo un’analisi), vi fu un improvviso aumento di pressione che portò al rilascio del gas dalle valvole di sicurezza, per un periodo di alcune ore. Vi furono lievi danni al tetto del serbatoio. Stimate circa 2000 tonnellate di gas fuoriuscite dal serbatoio, senza l’incendio del gas.

Staten Island 1973. Si brucia l’isolante di un serbatoio vuoto - Un serbatoio di metano liquido appartenente alla Tetco (Texas Eastern Transmission Corporation) fu messo fuori servizio per manutenzione dopo più di tre anni di esercizio. Il serbatoio fu riscaldato e bonificato dal gas combustibile residuo con azoto, quindi messo sotto ricircolo di aria fresca. Una squadra di tecnici cominciò a lavorare nel serbatoio nell’aprile del 1972. Circa dieci mesi dopo, il materiale di isolamento del serbatoio (schiuma poliuretanica) venne accidentalmente innescato, provocando un notevole aumento della temperatura e della pressione all’interno dell’intercapedine, dovuto al formarsi di fumi di combustione. La pressione crebbe a tal punto da provocare una rottura che si propagò nella struttura, con successivo crollo del tetto del serbatoio (di spessore pari a circa 12 cm). Questo caso studio viene riportato come incidente riguardante il metano, in realtà si tratta di un evento connesso ad aspetti costruttivi e non dovuto all’esercizio dell’impianto e alla manipolazione del gas.

Cove Point (Maryland) 1979. L’impianto elettrico fa scintille - Una perdita dalle pompe ad alta pressione si propagò lungo delle condutture elettriche fino ad una cabina di trasformazione, dove venne innescata dall’apertura, da parte di un operatore, di una cassetta di alimentazione dove era posto l’interruttore per la fermata della pompa. Una scintilla innescò i vapori di gas causando un’esplosione: l’operatore perse la vita e un altro rimase ferito. Non era previsto l’uso di impianti elettrici antiscintille.

Algeria, Nave Methane Progress, 1964 e 1965. Il fulmine accende una fiamma, subito spenta - Durante la fase di carico della nave, nella località di Arzew (Algeria), vi fu l’accensione dei vapori di boil-off, che all’epoca venivano scaricati nell’atmosfera attraverso il circuito di sfiato della nave. La causa di innesco fu un fulmine e la fiamma venne spenta rapidamente purgandola con azoto. Un incidente dalla dinamica pressoché identica avvenne l’anno dopo e anche in questo caso la fiamma venne spenta con azoto. Oggi i vapori di boil-off non sono liberato in aria ma vengono aspirati tramite compressori e convogliati a ricondensazione.

Nave Methane Princess, 1965. Si stacca un tubo, una piccola perdita - Il braccio di carico venne disconnesso prima del completo drenaggio della linea del liquido, con conseguente perdita di GNL da una valvola chiusa non correttamente. Il GNL venne rilasciato su un pannello di acciaio posto al di sotto dei bracci (a protezione del ponte), causando una frattura del materiale, nonostante il tentativo di lavaggio con acqua di mare. Oggi questo tipo di incidente non sarebbe più possibile.

Nave Jules Verne, 1965. Sbrodola durante il carico - Sovrariempimento della nave metaniera con fuoriuscita di liquido e danni al tetto del serbatoio. La causa del sovrariempimento non è nota, anche se si pensa sia associata al mancato funzionamento del sistema del controllo del livello e all’inesperienza dell’equipaggio che controllava le operazioni. Oggi questo tipo di incidente non sarebbe più possibile.

Nave Tellier, 1989. Una tempesta strappa gli ormeggi - La nave, ormeggiata a Skikda (Algeria), venne trascinata via dal forte vento che stava soffiando. Prima che ciò avvenisse, le operazioni di scarico erano state fermate, e subito dopo vi fu il distacco del braccio di carico dal terminale con conseguente rilascio del GNL contenuto all’interno (che non si era potuto drenare). Il GNL rilasciato sul ponte provocò la frattura delle placche d’acciaio poste a protezione del ponte stesso. Oggi è previsto il rispetto di condizioni limite sia per l’ormeggio metaniera al pontile a mezzo rimorchiatori che per la ripartenza della stessa. Inoltre, i bracci di scarico articolati sono dotati di doppio contrappeso per il bilanciamento in ogni condizione operativa e di giunto autobloccante a disinnesto rapido, con sistema automatico di sganciamento per il caso in cui vi siano movimenti che possono portare a tensioni anomale.

Fonte: e-gazette.it - 09/10/2007
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